Pacific Rim: La Zona Oscura

23 March 2021
Negli ultimi anni la produzione di serie di animazione in Giappone è proseguita con la consueta costanza, eccezion fatta per i rallentamenti dovuti a eventi drammatici come la pandemia o l’incidente alla Kyoto Animation, ma la distribuzione a livello mondiale, intesa come serie doppiate e localizzate per uno specifico paese (nel mio caso l’Italia) ha  subito un calo. Il fenomeno del simulcast, proposto da piattaforme come Crunycroll o l’italiana VVVVID, ha fatto sì che in primis molte serie arrivassero quasi in contemporanea in versione sottotitolata, andando pian piano a sostituirsi al fenomeno del fansub, ma ritardando l’arrivo delle localizzazioni piĆ¹ complete in attesa dei dati di ascolto dei simulcast per stabilire cosa licenziare.
È per questo che non si può non apprezzare il lavoro svolto da marchi come Netflix che, pur con le dovute critiche verso alcuni lavori non sempre azzeccati (si veda quanto accaduto con il ridoppiaggio di Evangelion) ha il merito di essersi affiancata agli altri editori consentendo la distribuzione di maggior materiale.
Ma Netflix non si è fermata qui perché, ormai da qualche anno, alle proposte di acquisizioni di serie anime si sono aggiunte delle vere e proprie produzioni ibride tra america e giappone. L’esempio del remake della storica serie di Saint Seiya (I Cavalieri dello Zodiaco) è stato sicuramente tra i titoli più noti, ma da poche settimane Netflix ha presentato il sequel in versione animata di un brand hollywoodiano che si era perso da un po’ di tempo: Pacific Rim.
La storia di Paficic Rim – La Zona Oscura segue gli eventi successivi al film cinematografico del 2018 intitolato La Rivolta. Dopo quegli ultimi scontri, la battaglia contro i Precursori è tutt’altro che terminata e la scena si sposta in Australia dove, nel mezzo del deserto, iniziano ad aprirsi piccole brecce che rilasciano Kaiju di ogni tipo. Viene così deciso di sigillare l’intero continente evacuando la popolazione per limitare i danni e poter preparare la risposta a futuri attacchi. I protagonisti della storia sono Taylor, un giovane cadetto pilota di Jaeger, e la sua sorellina Hayley. Il pullman su cui viaggiano verso il punto di evacuazione viene attaccato da un Kaiju e i due ragazzi insieme agli altri passeggeri vengono salvati dall’intervento di un Jaeger pilotato dai loro genitori. Portati in salvo in una base in disuso nel mezzo del deserto, i genitori ripartono in cerca di aiuto verso la costa a bordo del Jaeger ridotto in pezzi, ma non faranno mai più ritorno. Cinque anni più tardi, Hayley scopre accidentalmente all’interno della base un modello di Jaeger per l’addestramento, ma la sua attivazione richiama un Kaiju che distrugge il campo profughi. I due ragazzi sono così costretti alla fuga a bordo dello Jaeger per tentare una disperata ricerca dei genitori attraverso un Australia post-apocalittica dominata da Kaiju e bande di sopravvissuti.
Chi ha già avuto modo di seguire i precedenti episodi cinematografici di Pacific Rim conosce bene ciò che era alla base dell’idea di Guillermo Del Toro nel suo tentativo di omaggiare gli storici mecha giapponesi, con evidentissimi richiami a Evangelion e affini, perciò non starò qui a dilungarmi su elementi palesi a qualsiasi spettatore. Ciò che rende particolare questa serie di animazione è il connubio che si è creato tra lo stile americano e quello giapponese che, dopo prove imperfette come la già citata Saint Seiya Netflix, forse sta iniziando a dare i frutti sperati.
La serie è infatti prodotta dalla Legendary Television, studio di produzione americano che già si è occupato dei film e di altri colossal cinematografici, ma con la regia del giapponese Hiroyuki Hayashi (Battle Programmer Shirase, Re: Creators) e di Jae Hong Kim (Final Fantasy, WallE, Alla Ricerca di Nemo, Gli Incredibili).
Ciò ha un impatto evidente nel character design (si veda la fisionomia del personaggio di Mei) e nel mecha design tipicamente di scuola giapponese  mentre le scelte di regia, la sceneggiatura e i dialoghi sono decisamente di impronta americana. Lo sviluppo delle scene attraverso la CGI riporta a produzioni più americane, in cui la componente del disegno è meno preponderante rispetto alla CG, rendendo però la dinamicità delle scene molto meno fluida nonostante un ottimo livello di dettaglio da cui si denota la cura dei particolari.
La parte che più ha beneficiato del lavoro americano è sicuramente legata alla caratterizzazione dei personaggi, molto accurata ed elaborata anche attraverso la sceneggiatura che si prende tutto il tempo necessario per approfondire le storie dei vari protagonisti, molto più complesse rispetto alla semplicità che ci si potrebbe aspettare dati i precedenti dei colossal cinematografici.
Questa prima stagione di 7 episodi si presenta come un ottimo antipasto che crea aspettativa sul suo seguito: lo sviluppo della storia e dei personaggi, i misteri e i cliffhanger ma anche molte domande che sono rimaste in sospeso nei film e che potranno trovare risposta solo in questa veste, dal momento che un Pacifi Rim 3 non è attualmente previsto. Il vero limite di questa serie purtroppo è dato sia dall’esiguo numero di episodi proposto a fronte di una già annunciata seconda stagione in lavorazione (e non si capisce per quale motivo non creare un minimo di 12-13 episodi) che non arriverà prima di un anno, con il conseguente crollo dell’hype dovuto a queste pubblicazioni “a singhiozzo”, sia per la grande incertezza di prosecuzione che queste produzioni Netflix si portano dietro, ancora forse troppo in fase “sperimentale” per riuscire ad avere un seguito definito che ne garantisca un futuro almeno a medio termine.
In conclusione, mi sento di suggerire la visione di Pacific Rim, per quanto non strettamente necessario, a chi ha visto i film, li ha apprezzati ed è interessato ad approfondire con questo sequel ibrido. Se siete alla ricerca di una serie di robottoni giapponesi lasciate perdere, c’è molto altro in giro che può rispecchiare al meglio i gusti più classici.
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